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AVETE ROTTO… L’ARCO

Probabilmente quando J. Ruskin scriveva che “l’architettura è l’adattarsi delle forme a forze contrarie”, faceva riferimento a certe committenti e alle loro richieste anacronistiche!

Ovviamente no. Ironizziamo sulle pretese di qualche committente che, nell’anno di grazia 2017, “desidera” che un professionista soddisfi “vezzi formali” per lo più improponibili. Ad esempio l’arco. Ma di archi, intesi come elementi figurativi che raccordano con continuità due sostegni posti ai lati di un’apertura – obbietterà qualcuno – ne esistono infinite configurazioni.

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La stessa Zaha Hadid – giusto per fare un esempio – di cui a fine mese ricorre l’anniversario della prematura scomparsa e che, comunque, resta tra gli architetti più innovativi del nostro tempo, ha impiegato “formalmente” l’arco in alcune sue opere .

Però – siamo onesti – la signora che si presenta a colloquio con il progettista (di solito accanto a lei siede il marito, ma il suo contributo si esaurisce in un serafico “basta che sia contenta lei…”) di arco ne conosce solo uno e quello vuole, ossia l’arco “a tutto sesto”!

Per intenderci anche con i non addetti ai lavori, si tratta di quell’arco presente nell’architettura classica e in tutte le sue riproposizioni successive, come anfiteatri romani, chiese rinascimentali, palazzi “ottocenteschi”, ecc. ecc.

Qualche mese fa, con l’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, qualcuno di noi cominciò ad essere preoccupato. E tale preoccupazione non veniva dalla politica estera del neo presidente, ossia dalla chiusura di frontiere e di alcuni accordi commerciali, ma dalle immagini della sua residenza che si stavano diffondendo in rete: sfarzosi interni realizzati in una moderna struttura, quindi relativamente recenti, in cui – oltre ai riflessi di oro e pietre preziose – saltava subito all’occhio la presenza di archi a tutto sesto, colonne e capitelli.

Dopo l’iniziale preoccupazione per “quante” (non è maschilismo… ricordate in quale posizione abbiamo lasciato il marito?!) ci avrebbero ammonito dicendo “ha visto casa di Trump? Mi pare che gli archi siano ancora di moda…”, è giunta presto la consapevolezza che il signor Trump, fatta eccezione per i suoi elettori e pochi altri, stava troppo sulle scatole al resto del mondo e, pertanto, difficilmente qualcuno avrebbe presomar-a-lago_club_1-800x533 casa sua come spunto/riferimento/scusante, anche per i soli archi!

E arriviamo a qualche giorno fa. Su un gruppo di Facebook, principalmente costituito da architetti, un collega riportava un aneddoto che lo riguardava, dove – per farla breve – una committente troncava il loro rapporto lavorativo, perché l’architetto in questione non era disposto a soddisfare alcune “richieste formali”, tra cui inserire nel progetto i nostri “amati” archi.

Fin qui, a nostro avviso, tutto normale. Un professionista disposto a soddisfare certe richieste si trova sempre e forse – cosciente o meno che sia – a questo poca importa se un’opera, caratterizzata da “finti elementi costruttivi”, perde valore prima della chiusura stessa dei lavori. E per valore, di fatto, non facciamo riferimento alla sua sola accezione estetica.

Invece, siamo rimasti parecchio perplessi nel “leggere”, a fronte di qualche commento solidale con il progettista, i pareri di un quantitativo spropositato di colleghi che parevano rifarsi all’idea che “il cliente ha sempre ragione…” e va sempre e comunque accontentato. Come se i nostri servizi ormai fossero paragonabili a quelli di un ristoratore.

Concordiamo tutti sul fatto che gli interessi del committente hanno priorità rispetto a quelli del progettista che accetta l’incarico, d’altronde tale principio viene ribadito anche nel nostro codice deontologico. Tuttavia bisogna “non dimenticare” che lo stesso codice, come premessa al suddetto principio, antepone l’autonomia intellettuale e tecnica del professionista!

E tale autonomia la rivendichiamo fondamentalmente per due motivi:
1) come diritto a rifiutare un incarico, qualora si manifesti l’impossibilità di esercitare la professione secondo i principi sanciti dal nostro codice etico;
2) per tutelare il committente e i suoi stessi interessi nell’eventualità che accettiamo l’incarico, poiché – proprio grazie alla nostra autonomia intellettuale – possiamo sostenere che non è possibile o, se preferite, che non è eticamente corretto assecondare il committente in ciò che possa pregiudicare la funzionalità e/o il valore del bene in “cura” o del fabbricato da costruire.

In conclusione, a scanso di ogni ulteriore e possibile equivoco, ribadiamo quanto riportato in altri post/articoli di questa pagina. Ossia la convinzione che il committente abbia diritto a ricevere tutte le attenzioni necessarie, affinché l’opera progettata possa essere realizzata in funzione delle sue esigenze che, di volta in volta, riteniamo assolutamente uniche. Tanto da definire la nostra pratica progettuale come “Dedicated Design”, ossia progettazione dedicata.
► Cimino Design Studio

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