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Un campo stagionale oltre ogni stagione

Giorni di ordinaria potenza, la Sua, che trasforma vite, che trasformano la mia. Tutto è contro di noi stamattina. Perché? Per poter uscire di casa ci siamo infilati in una pozzanghera di 30 cm, e mentre con i piedi a mollo e la pioggia che sbatte sul cappuccio del giubbotto, tentiamo di caricare l’auto con coperte, vestiti, scarpe e cibo, io mi chiedo da dove sarà venuta quell’acqua lurida che mi inzuppa scarpe e calzini. Saliamo in auto e con Luca ci guardiamo in faccia. Visibilità zero e strade allagate in città, figuriamoci in aperta campagna. Perché è da questa notte che la pioggia, mista a neve, scende senza sosta e la temperatura è scesa a 2 gradi. Imbocchiamo la stradina sterrata, alla fine della quale c’è il villaggio, mentre l’auto procede fra fango e pozzanghere mi chiedo cosa troveremo. Signore, ti prego, dieci minuti di tregua. Apro lo sportello e … Non piove più. L’aria è umida, come se le gocce di pioggia fossero rimaste sospese a mezz’aria in procinto di cadere. Ci guardiamo attorno, i ragazzi del villaggio hanno riconosciuto l’auto e ci vengono incontro, sono stanchi, infreddoliti, ma i loro sorrisi sono la risposta al mio Perché? Ci si fanno subito attorno, vogliono dirci che la notte è stata difficile, ma che sapevano che saremmo arrivati. Facciamo un giro veloce del villaggio. Alcune delle tende sono strappate, i teloni di plastica con le quali sono costruite hanno ceduto all’usura e al maltempo. Faccio l’appello, fra me e me. Guardo i volti e chiedo dei ragazzi che non vedo. Parlo con i più giovani, mentre Luca e gli altri ragazzi del villaggio scaricano l’auto e cominciamo a distribuire minestra calda, tè, panini e il vestiario che abbiamo portato. Mentre torniamo a casa, penso a come tutto èimg-20170222-wa0009 iniziato. “Vieni a vedere, altrimenti se te lo descrivo e basta, non potrai credermi. Vivono in aperta campagna. Stanno morendo di fame. Non hanno niente”. Queste erano state le parole della volontaria dell’Associazione Libera, quando aveva contattato l’Esercito della Salvezza, il 28 dicembre 2016. Allora, quando siamo arrivati a quello che oggi io chiamo villaggio, ma che in realtà è un agglomerato di piccoli igloo, costruiti con assi di legno, teli di plastica su piazzole di cemento. Vivono lì, abbandonati a sé stessi, in attesa di trovare lavoro nelle diverse raccolte agricole. Non hanno servizi igienici. Si lavano scaldando l’acqua sul fuoco che accendono fuori dalle tende. Non tutti hanno di che coprirsi per combattere freddo e intemperie della vita all’aperto. Dovrei chiamarlo favela, ghetto, tendopoli, perché ci sono mille nomi per la disumanità, ma io lo chiamo villaggio perché nonostante tutto la dignità e la solidarietà sono una realtà fra i lavoratori stagionali. Condividono ogni cosa e sono una famiglia vera e propria. Da quel giorno andiamo al villaggio una o due volte a settimana, portando ciò che riusciamo a reperire attraverso doni e offerte. A volte arriviamo a mani vuote, ma la loro reazione è sempre la stessa, perché in realtà ci hanno adottati. (Se vuoi sapere come continua la storia segui il numero del mese di marzo de “Il Grido”, edito dall’Esercito della Salvezza)              ►Francesca Di Nucci

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